Stretta sulle barche con bandiera estera: nuove regole per gli armatori italiani

Certificato di navigabilità obbligatorio per le unità fino a 24 metri: sicurezza o spinta al rientro sotto bandiera italiana?

La stretta sulle imbarcazioni con bandiera estera ma proprietà italiana è ormai arrivata a un passaggio decisivo. Il disegno di legge sulla “valorizzazione della risorsa mare”, già approvato al Senato, è ora all’esame della Camera e introduce una misura destinata a incidere su una parte significativa della flotta presente nei porti italiani.

Il punto centrale è l’obbligo di certificazione della navigabilità per le unità registrate all’estero ma riconducibili ad armatori italiani.

Un nuovo obbligo per le unità fino a 24 metri

La norma riguarda le imbarcazioni da diporto fino a 24 metri di lunghezza, quando risultano di proprietà italiana ma battenti bandiera straniera. In questi casi sarà necessario dimostrare la conformità alla navigazione attraverso una certificazione specifica.

Il documento potrà essere rilasciato dallo Stato di bandiera oppure da organismi tecnici riconosciuti e avrà una validità quinquennale. L’obiettivo dichiarato è quello di rafforzare la sicurezza in mare e uniformare gli standard tecnici, ma l’impatto sul settore nautico appare più ampio.

Secondo le stime degli operatori, tra il 15% e il 20% delle barche ormeggiate nei marina italiani rientra in questa casistica, spesso frutto della scelta di registri esteri per semplificare la gestione e ridurre la burocrazia.

Un equilibrio che cambia nel mercato della nautica

Negli ultimi anni molti armatori italiani hanno optato per la registrazione in Paesi come Malta, Polonia o Francia, approfittando delle possibilità offerte dal mercato unico europeo. La nuova norma non vieta queste scelte, ma introduce un livello di controllo aggiuntivo che ne modifica la convenienza.

Di fatto, la bandiera estera resta una possibilità legittima, ma diventa meno vantaggiosa rispetto al passato. Questo potrebbe spingere una parte della flotta a rientrare sotto registro italiano, con effetti diretti sul sistema nautico nazionale.

Il nodo giuridico e le possibili criticità europee

Il punto più delicato riguarda però il rapporto con il diritto europeo. Nel sistema marittimo internazionale vale il principio dello Stato di bandiera, secondo cui è il Paese di registrazione a definire regole tecniche e controlli.

La nuova impostazione italiana introduce invece un criterio diverso, basato sulla nazionalità del proprietario dell’imbarcazione. Questo crea una situazione particolare: due barche identiche, registrate nello stesso Paese estero, potrebbero essere trattate in modo diverso in Italia a seconda della nazionalità dell’armatore.

È proprio questo aspetto a sollevare i maggiori interrogativi, perché potrebbe entrare in tensione con il principio europeo di non discriminazione tra cittadini dell’Unione.

Impatti concreti e scenari futuri

Sul piano pratico, la misura comporterà nuove verifiche, costi aggiuntivi e procedure tecniche per chi ha scelto la registrazione estera. Per alcuni armatori sarà un semplice adeguamento, per altri potrebbe rappresentare una spinta a riconsiderare la bandiera di registrazione.

Resta inoltre una contraddizione evidente: l’obbligo riguarda solo le imbarcazioni estere di proprietà italiana, mentre altre unità straniere che navigano in acque italiane non sono soggette allo stesso tipo di controllo.

Il passaggio alla Camera potrebbe ancora modificare il testo, ma la direzione è ormai chiara. Il tema delle bandiere estere non è più marginale: è diventato uno dei nodi centrali della regolazione della nautica in Italia e in Europa.

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