Volvo Ocean Race: Un cantiere intorno al mondo

Mancano esattamente dieci giorni al nuovo appuntamento agonistico della Volvo Ocean Race, la New Zealand Herald in-port race, in programma per sabato 14 marzo. I velisti si riposano e ricaricano le batterie in vista della quinta tappa, da sempre considerata come la più dura con la navigazione negli oceani meridionali e il passaggio del mitico Capo Horn. Chi non si riposa invece, è lo staff super specializzato che lavora a The Boatyard, il cantiere itinerante dove tutti i Volvo Ocean 65 sono rimessi in forma prima di ogni frazione, di cui fa parte anche il velaio italiano Michele Bella.

Degli atleti in piena forma e delle barche perfettamente a punto sono necessari per ogni tappa della Volvo Ocean Race, ma ancor di più per la quinta tappa, da sempre considerata come il vero Everest del giro del mondo a vela. Il tempo è poco, la flotta è arrivata ad Auckland lo scorso 28 febbraio e tutto il team di terra si è messo al lavoro su scafi e attrezzature. Non è una scena nuova, quella a cui si assiste nel Viaduct Basin di Auckland, con sei barche fuori dall’acqua e decine di persone che vi lavorano, succede a ogni sede di tappa. Ma qui il lavoro di manutenzione e controllo, in qualche caso di riparazione, assume un significato diverso perché quella che attende i 57 velisti e veliste non è una tappa qualsiasi ma la tappa per eccellenza con la navigazione negli oceani meridionali e il passaggio di Capo Horn, e un controllo in più non fa male.

“Sia che si tratti di una tappa con tanto vento che con poco, il lavoro di manutenzione è comunque minuzioso, se dobbiamo controllare un verricello lo facciamo allo stesso modo che sia stato usato un giorno o venti.” spiega il capo del Boatyard, il servizio di manutenzione centralizzato della Volvo Ocean Race, dove lavora anche il velaio palermitanoMichele Bella, unico italiano dello staff tecnico. “E tuttavia, detto questo, è vero che la prossima tappa ci mette un po’ più di pressione addosso, e sappiamo di avere gli occhi dei team puntati addosso. Dobbiamo fare in modo che tutto sia perfetto.”

Intorno a Bice nel grande spazio del Boatyard, che è anche aperto al pubblico che può osservare lo staff al lavoro, ferve l’attività fra il ronzio delle macchine da cucire, i colpi di martello e il rumore degli attrezzi. Avendo già corso due edizioni della regata e avendo lavorato come shore manager in altre due, Nick Bice sa quanto sia importante una buona manutenzione, dal punto di vista dei velisti e degli shore manager. “Ho doppiato Capo Horn una volta, in effetti avevo anche una mano rotta, mi ero fratturato due ossa una settimana dopo la partenza. Quindi non è stato un viaggio granché comodo, ma anche la barca non era per niente comoda. Le barche di oggi si comportano meglio sono molto più sicure e il livello di confort è più alto. Però stiamo sempre parlando degli oceani meridionali, e sappiamo cosa può succedere in quelle zone.”

In quelle zone, nei Quaranta Ruggenti e oltre verso il sud America, le temperature scendono, il vento sale, il mare è cattivo con onde grandi come case. Tutta la struttura della barca è sottoposta a grande stress, e certe componenti in particolare. “Il sistema dei ballast è uno dei punti di maggior sollecitazione e tutto quello che serve a tenere le vele. I ballast servono per le prestazioni e se ti cade una vela in mare, tu fai zero nodi mentre i tuoi avversari ne fanno 20/25. Quindi ogni problema può diventare più che serio. Gli equipaggi devono essere in grado di gestire la barca, la capacità marinaresca è una componente molto importante di questo evento e il fatto che le barche siano monotipi non significa che siano indistruttibili.”

Nella scorsa tappa, diversi team hanno subito problemi tecnici ma secondo Bice non è nulla in confronto a quanto avvenne nella scorsa edizione. “Nella prima tappa della scorsa regata, due barche non finirono, due alberi rotti e una prua disintegrata.Nella seconda uscì un’altra barca, e solo nella quarta tappa tutti partirono e finirono. Negli oceani meridionali ci sono stati danni enormi: un albero rotto, la struttura di Camper si ruppe e Abu Dhabi Ocean Racing fu costretto a riparare in Cile. Oltre metà della flotta ebbe grandi danni, cosa che speriamo non si ripeta. Ho molta fiducia in queste barche, non ci sono dubbi che siano sicure e solide.”

A soli dieci giorni dalla partenza dalla Nuova Zelanda verso il Brasile, Bice sa che viste le condizioni della tappa che lui definisce da dottor Jekyll e Mister Hyde, quello che il suo gruppo deve fare è controllare e controllare ogni minimo dettaglio e sperare per il meglio. “Ci vuole anche un po’ di fortuna” ammette “Ma la fortuna è degli audaci e bisogna saper gestire la barca, le aspettative e essendo buoni marinai. Se non ci prepariamo bene, vuol dire che ci prepariamo per un fallimento.” Conclude l’australiano.

Fra qualche ora le barche scenderanno di nuovo in acqua. Primo appuntamento la practice race del 12 marzo, sabato 14 la New Zealand Herald in-port race e poi domenica 15 prenderà il via la quinta tappa, da Auckland a Itajaì, in Brasile, per un totale di 6.776 miglia teoriche e il passaggio di Capo Horn.

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